Lei si chiamava Nico.
Per diventare medico ho studiato sei anni, 32 esami tra i quali "roba" come Patologia Medica, esame che richiede una clausura di 5 mesi, dei quali tre con clausura un po' libera, e due con clausura stretta. Diventai studente interno in Biologia della Cellula ed Embriologia con il Prof. Comoglio di Torino. La sua Equìpe era nota tra tutte le equipes che nelle Università di tutto il mondo studiavano la struttura e la funzione della <<membrana cellulare>>
Poi divenni Studente interno in Patologia Chirurgica, con il Prof. Leggeri scomparso pochi mesi fa (siamo nel 2021, Maggio) che fu allievo del "mitico" Prof. Valdoni. Come Assistente - Tutor avevo il Dott. Tenze, persona molto umana e molto profonda nel pensiero e dalla cultura umanistica molto vasta. Alla fine decisi di entrare studente interno nel Servizio di Anestesia e Rianimazione e fu in quel luogo che la mia esperienza si maturò. Vidi per almeno due anni casi medici e chirurgici che certo nessun medico di famiglia vede giornalmente. Tentati suicidi, politraumatizzati, edemi polmonari acuti, ben due casi di tetano. Ma ciò che vidi - che ebbe poi una importanza decisiva per ciò che sto per scrivere - furono due casi di Sindrome di Guillain - Barrè. Si tratta di una Sindrome nella quale anticorpi creatisi verso una pur banale infezione virale, dopo alcune settimane iniziano di colpo, senza preavviso, a colpire le cellule del midollo spinale, provocando una improvvisa paralisi che può essere progressiva o fulminante. Ed arrivò "quel" pomeriggio. il MIO, il NOSTRO pomeriggio, di Lei che ancora oggi mi chiama "Il mio Dottore".
Era la terza guardia che facevo da solo. Dopo un anno di Tirocinio come Medico con funzioni di Anestesista Rianimatore nel Servizio omonimo dell' Istituto di Ricerca e Cura Materno Infantile di Trieste. Il Prof. Domenico Del Prete, Direttore del servizio, era stato un grande insegnante ed aveva una grande fiducia in me, tanto da mettermi subito di guardia da solo dopo un anno di tirocinio e quasi sei mesi di pratica quale Assistente Incaricato. Ormai avevo affrontato tutti i casi, ordinari ed urgenti che potevano presentarsi. Ma ancora no! Non quello che stava per accadere. Il periodo era fine Giugno o inizi di Luglio. Parlo del 1981. Lei, la ragazzina, 17 anni, la avevo già notata per caso nel Reparto di Clinica Pediatrica pochi giorni prima. Ricoverata per improvvise crisi di debolezza. I colleghi pediatri la volevano trasferire in Neurologia, non avendo trovato nulla agli esami e visite varie. Né io né Lei potevamo sapere che dopo pochi giorni ci saremmo rivisti ed avremmo combattuto assieme la Grande Battaglia. Quella in cui l'Angelo della Morte viene. E ti porta via.
Ricordo tutto come in un film. Tutto. Ambiente, voci allarmate, Il divanetto della nostra cameretta con servizi, che ci ospitava durante i lunghi turni di Guardia dopo aver finito visite, terapie, urgenze. Erano esattamente le 15.15 di un Sabato. Mi ero steso a dormicchiare un po' alle tre. pochi minuti prima. Fui svegliato dal bussare impietoso della Caposala e dalla sua voce allarmata che mi diceva che mi aspettavano immediatamente su, in Neuropsichiatria infantile. Mi alzai di corsa, come quei Piloti da Caccia che riposano e suona l'allarme di "Scramble" (*). Con gli F104 pronti al decollo già in pista con i motori accesi. Io invece le mie armi le avevo tutte in una cassettina grande e pesante ripiena di agocannule, mascherine per O2, un pallone di Ambu, un laringoscopio, tubi endotracheali, insomma tutto ciò che avrebbe potuto servirmi per rianimare chiunque lontano dalla nostra Rianimazione. Arrivai di corsa. Il Collega Dottor Pocecco, amico e ottimo pediatra di guardia pure lui era già li che mi attendeva. Chiamato prima di me, ma non essndoci alcun medico di turno al pomeriggio di Sabato in Neurologia, nemmeno lui sapeva cosa fare. Solo, si era accorto che era davvero il caso di chiamare un rianimatore. La ragazza stava per volare lontano. Molto. Molto lontano. Teneva il polso a Lei. La "ragazzina". Quella delle debolezze improvvise.
In quel momento imparai. Un Medico Rianimatore o scappa da queste situazioni, cambia indirizzo medico, oppure diventa una persona completamente priva di emozioni nel momento in cui la loro presenza è superflua. Dannosa. Non ti fai più idee. Fantasie. Non pensi a nulla che non sia compresa all' interno di una strana "bolla esistenziale" che avvolge solo te e la persona di cui ti devi occupare. Non lo avevo mai sperimentato prima. Non conoscevo questa parte di me. La mente si svuota. Esisteva solo Lei. Esistevo solo io, l'unico in grado in quel momento, l'unico capace di tirarla fuori dal Tunnel che vedono coloro che stanno morendo come riferito da tanti. Tornati indietro a raccontarlo nelle NDE (***). L'istinto ti aiuta. O sei una preda o sei un cacciatore. Se sei il cacciatore l'istinto ti dice: "Prendi una vena. SUBITO !". "Ecco, li sulla mano" mi dissi. La prima cosa. La più necessaria poichè se il cuore si ferma le vene collassano. Per una cannula non c'era tempo, Lei era cianotica e non si muoveva più. Infilai un Butterfly 21G in quela vena. In quell'istante forse l'unico "cordone ombelicale" che avrebbe potuto salvarla. Era una "bella" vena che notai sul dorso della mano sinistra. (Noi medici rianimatori abbiamo del "Bello"" valori un pò diversi dalle altre persone!) Non un gesto di dolore. Nulla. "Sparai" otto milligrammi di Desametazone in vena. (Più tardi compresi che fu quel cortisone, quella "bomba" a bloccare il processo infiammatorio acuto che stava iniziando ad interessare il Bulbo cerebrale) L'istinto si ricordava che il cortisone, ed in quel momento ce ne voleva una vera bomba, protegge la pareti dei capillari e le cellule cerebrali dalla ipossia. "Non sento più il polso". La voce di Pocecco proveniva dall'esterno. Io e Lei, la N**o, eravamo insieme "chiusi in una bolla". Isolati dal mondo. Lei stava morendo. Io dovevo salvarla. Tutto chiaro. Semplice. Cosa aveva? Domanda inutile. Lei non respirava più. Dunque: doveva ritornare a respirare. Nel modo più veloce possibile.
In quegli istanti rapidissimi che paiono non finire più, le cose da fare davvero sono le essenziali. Domande? Dopo. Il motivo? Non lo conoscevo. Cosa avesse? Anche solo la voglia di mandare in ferie i polmoni! Non era un problema da risolvere. Inoltre nessuno era presente a dirmelo. Non c'é scritto in nessun libro ciò che devi fare in questi momenti. Sono la somma di tante esperienze diverse in cui ti sei trovato. In altre la causa la sapevi. Ma lì, al IV Piano dell'Ospedale Materno Infantile Burlo Garofolo di Trieste no. In quel momento le cause potevano anche essere uscite in giardino, a me interesseva vederla rosea. Non cianotica. Sono situazioni in cui solo la tua esperienza, l'intuito e la immaginazione possono creare, seguendo una strada in mezzo ad un bosco privo di luci, di notte, con la pioggia senza sapere perchè ti trovi là assime a Lei. Importante è USCIRNE. Non respirava? Semplice. La dovevo intubare. Cioè farla respirare. Il cuore si era fermato? Semplice. Doveva ripartire. Presi il laringoscopio. Il muco non inghiottito inondava la faringe. Aspiratore? Il connettore era di una diversa misura. Come in Apollo 13. Uno quadrato, l'altro rotondo. Il connettore per l'Ossigeno? Idem. Non ti fermi a chiederti chi fosse stato l'idiota che ristrutturando i Reparti non abbia pensato a... No. Sei nella "Bolla". E' un lusso inutile. Stanno così le cose. Se recrimini perdi quegli attimi che fanno la differenza tra la Terra ed il Cielo. Per Lei certo. Ma anche per te. Perdere una ragazza 1 17 anni non era contemplato nella mia agenda. Altre volte avrei visto l'Angelo Nero starmi accanto. Aspettando che io fallissi. Ma in 40 anni mai gli ho dato da lavorare. "Torna. Non oggi. Non adesso. Non qui, con me. E se sarebbe sempre andato via. Comunque pace, tanto l'Onnipotente un 21% di ossigeno nell'aria lo aveva già messo Lui. Un tubo numero 6 e mezzo. Tanto per andare sicuri. Non vedo nulla. Ma la base della lingua si, la vedevo e sollevandola con la punta arrotondata della lama del laringoscopio ecco la Epiglottide. A quel punto mi fermo, che il muco non entri in trachea. Il tubo lo misi giù alla cieca. Quasi. Tanto dietro alla Epiglottide la trachea c'è. Se invece avessi preso l'esofago, addio N**o. Ma la "Bolla" ci custodiva. Come essere in assenza di gravità. Nessun suono. Chi c'è nella stanza bene, tanto non era là dentro.
Collego l'Ambu, il pallone unidirezionale che premuto invia l'aria e lasciato espandere si riempie di altra, al tubo. Pompo. Con delicatezza. Non è il pneumatico a terra. Good! Era la trachea. Il torace, finora immobile si sollevò. Due pompate di aria e tre colpi di massaggio cardiaco Era la prima volta che lo facevo. E la mia mente era scollegata dall'ippocampo. Paura, preoccupazioni, stanchezza, tensione? No. Qualcosa o Qualcuno aveva chiuso i collegamenti. Solo la mente. Vuota da altro che non fosse il suovolto di 17enne. Bella. Troppo bella e troppo giovane. Solo io e... "IL POLSO! C'é di nuovo!" La voce eccitata di Pocecco penetrò nella Bolla e la frantumò completamente. Alle sue parole essa ESPLOSE letteralmente. Proiettandomi nuovamente nella realtà "complessa" Ora c'erano tutti. Ora Lei, la ragazzina che un mese prima aveva avuto in campeggio poche linee di febbre, come quelli che avevo visto da studente, era di nuovo viva. Solo quello contava. Assicurare il Butterfly e fissare alla mascella il Tubo. Che non uscisse. E l'Ambu che continuava a restituire ossigeno ai suoi polmoni. Cosa avesse si seppe dopo. Esattamente quella Sindrome di Guillain-Barré (**) che avevo visto da Interno prima di laurearmi.
Otto mesi dopo, terminata la riabilitazione, N**o invitò tutti noi a cena fuori. Era adulta ormai. !8 anni. Era bellissima. Camminava da sola dopo tanti mesi di riabilitazione. Fu una gran bella serata. Fece poi la matura. Seppi che aveva scelto Medicina. Poi un giorno la figlia di una cara amica nostra che studiava Medicina assieme a lei, mi cercò e ci incontrammo grazie a lei nuovamente. "Avrai da raccontarmi molte cose" le dissi. Lei, la N**o, annuì. Prese la bella abitudine di chiamarmi "Il mio Dottore". Ora le manderò una Mail. Appena pubblicato questo post. Le scrverò. "Nico, vai a leggere il mio Blog fresco di stampa, parlo di te!"
Ed ecco a CHI spedirò La Mail. Essa finirà nella posta elettronica di una Dottoressa il cui nome inizia per N**o, Dirigente del Servizio di Rianimazione di una Unità Cardiochirurgica di un importante Ospedale del Nord Italia. Quale, ovviamente, non ve lo dico.
Oggi, è Lei che fa respirare altre ragazzine cianotiche. E tante altre persone. Chi lo avrebbe mai potuto solo immaginare! NULLA avviene per caso.
Una cosa ultima, la dico. Quando finii quel turno di Guardia, uscendo fuori diretto alla mia Dyane 6 rossa, se tante volte mi ero chiesto se avessi preso la strada giusta negli studi, sentii la risposta respirando l'aria fresca del mattino estivo:
Tranquillo. La strada giusta si. La hai presa. Altro nella vita no. Non lo avresti mai potuto fare.
(*) ordine di decollare immediatamente dato ad un Pilota da Caccia p. al c., per intercettare un velivolo sconosciuto da identificare o eventualmente costringere all'atterraggio o abbatterlo.
(**) Simdrome di Guillain-Barré, come si manifesta e cura
(***) NDE, dette anche Esperienze di Pre-morte. Racconti estremamenti vividi e realistici di tanti che trovandosi in una situazione di arresto cardiaco, narrano il vissuto che ricordano. Cercare su Google: Near Death Experience (https://www.ndeitalia.it/)
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